sabato 14 febbraio 2015

La generazione ritrovata-si




Una telefonata di lavoro. Leone sta vendendo un servizio televisivo sulle cellebrazioni del Bicentenario Napoleonico all’Isola d’Elba.

LEONE: Credimi Louise, la partenza di Napoleone dall’isola potrebbe essere un buon aggancio per il servizio su les Cent Jours che hanno portato l’Imperatore alla disfatta.
LOUISE: Non lo so Leo, saremo sicuramente molto più concentrati sul territorio tra la Senna e la Marna…e poi onestamente non comprendo tutto questo entusiasmo per il fallimento di uno dei più grandi legislatori mai esistiti”
LEONE: “Posso perdere una battaglia, ma non perderò mai un minuto.” diceva l’imperatore! A proposito, devo correre altrimenti perdo l’aereo! Ne parleremo più tardi, ma sono sicuro che ai tuoi produttori piacerà l’idea: I cento giorni iniziano all’Elba!
LOUISE: Ci penserò

INDICAZIONI AI POVERI MALCAPITATI: 
Ora vorrei che assumeste il ruolo della macchina da presa, che spostaste l’obiettivo verso di me e sbirciaste oltre le mie spalle, seguendo il mio sguardo. Voglio che la vostra macchina da presa metta a fuoco I momenti che sto per rivelare. Voglio che l’eccitazione per la scoperta sia resa grazie alla precisione del dettaglio. Voglio che tutto sia documentato.
Bene, allora vi do le luci, perchè …Ciak, si gira.

Parigi, Place de l'Odéon, scendiamo dall’automobile color prugna in quatro. Louise è nervosa, teme di non farcela ad incontrare la sua tata prima dell’inizio dello spettacolo. Apre la porta e corre verso l’entrata cercando con lo sguardo quei solchi e avalamenti del suo incarnato che l’hanno rassicurata per anni. La perdiamo tra la folla. Jean-Baptiste mi sta tenendo per mano, mi chiede di rallentare il passo, mi bacia. Il mio primo limone parigino. Una vettura inchioda inondanodci di luce dei suoi fari: Merde! Anna ride, siete così scioccamente prevedibili, dice. Voi e la scelta di questo momento per avvinghiarvi!, aggiunge. Passi che rimbombano sull’asfalto nonostante il movimento della piazza rispolverata dal vento freddo che spingeva tutti dentro il teatro. Il brusio e gli odori del foaier mi danno alla testa, o lo fa il bacio? Jean-Baptiste che è un ragazzo coraggioso - perché come dice Louise, ha lasciato il suo mondo dorato per venire in questa città crudele e spietata piena di parchi, viali e tetti romantici per imparare una nuova vita – mi sorreggie e bacia di nuovo! Le rughe della tata appena apparsa, insieme al profumo di Louise mescolato alla sua sigaretta si sono come appianate mentre ci guarda addagiati sul bancone dove come due tortorine comuni spilucchiamo le zollette di zucchero. Un invenzione francese, così civile perché come diceva il suo inventore Picard “Creata in unità differenti, per proteggere lo zucchero dalle mosche e dai microbi della polvere”. Un importante passo del costume borghese e del coraggio di Jean-Baptiste che incurante di questa premessa si ostina a chiedere dello zucchero in polvere al cameriere sotto gli occhi increduli della tata.

TATA: Vedendoti baciare Leone, ho creduto per un istante che fossi uno di noi Jean-Baptiste, gente di Pigalle! Ahhh les italien de Paris! Louise, vite vite, la campanella ha suonato!

E la trascina dietro di se come se fosse ancora una piccola dama agghindata a festa ma sporca di torta al cioccolato per darle una bella lavata.
Seduti comodamente nella piccionaia, ascoltiamo Nikolaj Alekseevic Ivanov di Tchekhov vestito per l’occasione da Luc Bondy. Anna ha levato i tacchi alti appogiando I suoi piedi contro lo schienale del dirimpettaio, Jean-Baptiste e' piegato in avanti e cerca di catturare ogni morfema che arriva dal profondo del palcoscenico.



IVANOV “Sono un uomo cattivo, miserabile e insignificante. Bisogna anche essere miserabili, logori, disfatti dall’alcool come Sasa per amarmi e stimarmi. Come mi disprezzo, Dio mio! Come odio la mia voce, I miei passi, le mie mani, questo vestito e miei pensieri. Non è ancora passato un anno da quanto ero forte e sano…”


JB si insinua tra le mie gambe accavallate, cerca la mia mano, scende verso I miei polpacci, li stringe forte per farmi del male, scendono le mie lacrime, avvicina le sue labbra per asciugarle

JEAN-BAPTISTE: Questo è un monologo di Ivanov amore mio, non il tuo, non ti lascerò fuggire nel suo mondo putrefatto questa notte.

Riprende Nikolaj Alekseevic 

IVANOV “… Vergogna, Vergogna! (pausa). Sasa, quella bambina s’è lasciata comuovere dalle mie disgrazie. Fa a me quasi vecchio una dicchiarazione d’amore e io m’inebrio dimenticando ogni cosa al mondo rapito come da una musica e grido: “Una nuova vita! La felicità!” E il giorno dopo credo in questa vita e nella felicità non più che negli spiriti, folletti…”

Cerco con la mano libera il mio montone, la ficco dentro la tasca per frugare bisognoso dei blister di qualche farmaco. Stringo la foglia d’alluminio per trarre l’effetto placebo ma non ce nessuna interazione questa volta. Mi sfilo con la maestria di una gatta dall’abbraccio di JB e scivolo giù,  lungo le scale verso l’uscita in pochissimi passi. Brucio immediatamente una bionda con la voracità di un animale in fuga, chiudo I bottoni grandi del montone per trattenere il caldo e l’odore di buono di JB. Mi piego per sistemare I calzini che sono scivolati giù lungo I polpacci e alzando lo sguardo ritrovo una piazza diversa. Non ero più davanti a l’Odèon! Avevo freddo e non sentivo più quell olezzo di Jean-Baptiste così piacevole e rassicurante. I piedi erano freddi. Ero solo. Devo aver camminato molto. 

LEONE: Voi con la cinepresa, rivolgete la pellicola  per favore!? Come sono finito qui? Chi diamine sta dirigendo le riprese, datemi un punto di riferimento, un “occhio di bue”, è buio non vedo niente!

VOCE FUORI CAMPO: (una voce rauca, lingua e’ il tedesco, l’accento quello svizzero)

CARL GUSTAV JUNG: La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.
Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica più negli altri.

Leone inginocchiato si sta  mettendo i guanti.

LEONE: Carl Gustav mi avete privato della mia corte! Mi sentite?! Dove è il viso disteso della tata babushka? Non vedo più I piedi attorcigliati di Anna! E JB, cosa hai fatto di lui?
Ah Louise, ci sei! Abbracciami!

Attraversando il buio della piazza si fa sempre più chiara la figura di Louise con una sigaretta in mano accesa. Cammina a ritroso. Non ama farsi riprendere. Sono in pochi a conoscere il suo volto.

LOUISE: Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono ... tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta.

LEONE: Ma perché parli come Gertrude, Louise?

VOCE FUORI CAMPO: (un’altra voce risponde a Leone. Questa volta chiara, limpida, lingua è l’inglese, l’accento quello americano)

ERNEST HEMINGWAY: Ho pensato alla signorina Stein e a Sherwood Anderson e all'egoismo e alla pigrizia mentale opposte alla disciplina, e mi sono detto:
Chi definisce chi una generazione perduta?

LEONE: Cut Cut Cut Ernest H.! Per favore sono stanco.

Incurante, Louise intraprende il suo monologo.

LOUISE: La presa cinematografica è la prova della teoria della “intermediazione”. Secondo i suoi sostenitori esiste un’analogia tra: la cinepresa che fa da tramite tra operatore-narratore e il mondo del racconto, quindi tra Leone narratore e Leone battitore dei tasti di questo racconto. Cosa però  può ottenere Leone  abbandonando l'universo del racconto?
In questo modo, trovandosi sulla line del confine, lo scrittore o battitore dei tasti turlupina se stesso, cullandosi nel miraggio e nella beffa e affermando: che solo in tutto ciò egli partecipa senza cuore, come se tutto stesse succedendo a qualcun altro, ed io osservo interdetto . Fate caso al suo uso della parola come. Sarebbe possibile senza questo come, raccontare con un estetica rilevante del sangue, delle interiora e delle estremità strappate? È possibile allora raccontare anche  quando la cinepresa con il suo obiettivo oscurato, come se si vergognasse, cerca di guardare quello che succede intorno a lei?. Quelli più coraggiosi, come Jean-Baptiste caro Leone, sostengono che “l’occhio della cinepresa” toglie autenticità agli eventi che racconta, perché loro, gli eventi prelevati dal bancomat della realtà, sono gli unici a poter essere l’oggetto della transazione tra lo scrittore e il mondo, come altrettanto succede tra lo scrittore e il pubblico. Questi interpreti usano a volte la metafora che “l’occhio della presa mitraglia gli eventi” e così mettono in relazione un altro dei motivi della prosa di Leone: i suoi cecchini di Sarajevo.

Louise esce. Leone è in piedi sotto il vigile occhio del mirino con il montone aperto e le mani nelle tasche per indicare che le differenze delle sopra elencate tesi non sono così insuperabili e che le varie opinioni potrebbero entrare a far parte di una rappresentazione unica. Si, potrebbero, se si trattasse di uno scrittore occidentale educato in un sistema dialettico (nel modo di pensare dialettico) dove i fatti contrapposti sono in realtà Uno. Ma non è così. Qui giace la differenza fondamentale fra la ex Sarajevo e le babeliche mescolanze contemporanee delle città occidentali come Parigi.

Intanto all’Odéon: Jean-Baptiste sempre chinato in avanti, Anna con I piedi adagiati sullo schienale.

IVANOV Dove andiamo? Aspetta, adesso concludo tutto! Mi si è risvegliata dentro la giovinezza, ha ripreso a parlare l'Ivanov di prima! (estrae un revolver)
SAŠA (grida) So che cosa vuole fare! Nikolaj, per l'amor di Dio!
IVANOV È da un pezzo che scivolo in basso, adesso basta! È il momento di togliere l'incomodo! Allontanatevi! Grazie, Saša!
SAŠA (grida) Nikolaj, per l'amor di Dio! Fermatelo!
IVANOV Lasciatemi! (Corre da una parte e si spara)


Leone esce.

SIPARIO


lunedì 22 luglio 2013

Enfleurage

L’alchimia permetterebbe  l’estrazione del veleno che traborda e anestetizza tutti i sensi di un corpo atrofizzato? Distillandone l’essenza e sperimentando la sua produzione (e la distribuzione, naturalmente) su larga scala, mi farebbe diventare più influente del nostro progenitore!? Corpi inquinati da un prodotto finale realizzato secondo delle metodiche segrete e con un principio attivo così potente da rendere inafferrabili ad ogni tentazione e ad ogni comportamento bieco, anche le loro anime. Come solvente dovrei usare parole, musica o grasso di maiale? 
Attraverserebbero i loro ricordi, penetrando, rigonfiando e in fine rompendoli portando così in soluzione principi attivi. 
 
Sbattuti sotto un getto potente d'alcool etilico finirebbero sulla ceramica della doccia dove potrei raschiarli via, con delle monete. "Venghino signori venghino, l'acqua di vita, a soli tre euri!"


sabato 15 giugno 2013

rossetto e cioccolato


Sono settimane che mi sveglio prima dell'alba. Anche questo sabato mattina. Ancora nel letto, mi stavo riaddormentando, proprio 10 minuti prima di decidere di scendere in città. Avevo ancora bisogno di sognare. Uno sconosciuto attendeva l’ascensore sul pianerottolo insieme alla mia voglia di accender una sigaretta sotto il neon carico di gas come le viscere di uno malato di aerofagite. Perdo i sensi per alcuni secondi. Aggrappato al corrimano mi lascio avvolgere dai scarichi tossici della fossa dell’ascensore trattata da Biosanisystem (usato per igienizzazare e disinfestare questa cavità profonda con l'obiettivo di prevenire la formazione di muffe e parassiti). Mi risveglio al pianterreno.
Si sono arrivato, anche lo sconosciuto insieme a me. Avrà dato piacere lungo una notte intera a qualche vicino di casa. E’ ancora stropicciato il suo viso mentre sta scrivendo un messaggio alla sua vittima, o forse lo sta mandando ad un’altra? Stiamo bene, o al meno così mi è sembrato, siamo ancora vivi, entrambi. Lui sorride, è arrivata la risposta. Mi guarda, alza le spalle: "Fuori deve essere una gran bella giornata!"
"Si capita a tutti noi che guardiamo Nothing Hill o che pensiamo di vivere in un scenegiato di Ivory", risposi.  
Fa parte del mio acido desossiribonucleico rispondere in questa maniera e non si tratta di cinismo. Piuttosto dell’irnonia perche cinisimo è indotto, l’ironia va capita.
Tu invece Leone caro, sempre toccando il cielo sulle nuvole ringonfie di rock?, mi chiedevo. 
Parte la canzone che ho avuto in regalo proprio l’altra sera, al Jamaica: Rossetto e Cioccolato di Ornella Vanoni. Niente rock.


…A suon di rosssetto e ciocciolato inizio la città. Scaglie dorate di una cornice scrostata che Perseo ha sparso sul cielo di notte d’inverno…Io vorrei poterlo fare anche d’estate, ora, con la stessa delicatezza d’animo con la quale quel giovane - dopo aver staccato il cranio della Medusa - rese piacevole il terreno per pogiare la testa della Gorgone spargendo uno strato di fogliame che a contatto con il suo sangue si è trasformato in una forseta di coralli. Calvino. Rubo le sue parole, ma lui le aveva già rubate per cui: è un ladro colui che ruba ad un altro malfattore? Anche questa mi sembra una frase rubata.
Ma allora come far rivvivere sensazioni, momenti, visi o sorrisi altretanto fragli come i coralli di Perseo? Mi muovo lungo il Po immergendo le mani tra le crinierie dei cani che giocano e mi sfiorano.



Come assetato di contatto con qualcosa di leggero, un soffio di vento che a volte riordina i cappelli arruffati.  Questa sete, questa perversa ricerca, finalmente fu placata da un caffe al circolo dei canottieri Armida. 



Qualcosa mi ha impedito di lavare le mani prima di spezzare in due il cornetto che profumava di gusto industriale. Mentre sto battendo queste righe le mani sanno ancora di cornetto e di musica, di rosso e di cioccolato. Nei momenti in cui il regno dell’umano mi pare condanato alla pesantezza, vorrei volare come Perseo. Ecco, Calvino di nuovo.
Sono le 8h45, sono a casa e sto accendendo la seconda sigaretta della giornata. Noi che ancora racchiudiamo la bocca intorno ad una bionda, atraverso il fumo che si mescola con il vento umido del Po, mandiamo in aria un altro po’ di anidride carbonica arricchita di nicotina dando così il nostro contributo all’effetto serra che alle papere sul fiume e alla loro prole toglierà le estati e gli inverni e ...forse qualche anno di vita.


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martedì 4 giugno 2013

"Bruno Schulz è il mio dio" (Danilo Kis)

Sentiero Rilke, Duino, prima di addormentarmi

"Era uno di quelli cui Dio ha passato la mano sul viso nel sonno, così che sanno ciò che non sanno, diventano pieni di congetture e di sospetti, mentre attraverso le loro palpebre chiuse passano i riflessi di mondi lontani". Così scrive Bruno Schulz a proposito di Alessandro Magno nel suo racconto Primavera
 

domenica 2 giugno 2013

"Se questa rabbia inutile / è la mia sola dignità" - Giorgio Cesarano

Mi trovo a rileggere di nuovo, La tartaruga di Jastov - "Jastov è un'isola immaginaria", scrive, in nota al volume, Giorgio Cesarano - isola che lui
pare abbia visto "al largo della Jugoslavia, non lontana dalle acque territoriali albanesi",  nell'Adriatico, guardando le mura di Dubrovnik e le montagne serbe alle spalle - invece più a nord "Zadar. / (Nel molle della lingua / ancora viene: Zara.)".
Finì suicida. Nessuno della sua generazioni possedeva il suo talento figurativo, dicono. Lascia la poesia poco dopo la pubblicazione del "romanzo" La tartaruga di Jostov essendo fra i primi, appunto, a fornire un plausibile e duraturo fondamento espressivo - molto sentito in quel periodo storico - del "romanzo in versi". Nel 68' abbandona la poesia e passa alla politica - un poeta quindi che a un certo punto ha deciso di dimettersi dalla poesia.  

Il parlare odiato, sempre odiata necessità: "(Tenuti qui da parole: / ma / parlando come muti.) / Ma nell'intenso sforzo di / comunicare, come se /condividendo, / dubitando, / negando, / uno sbocco di vero rompa infine
questa / tosse spastica / e poi la guarigione cui si crede / contro i referti, senza conoscerla, / (tenuti vivi da parole) ..."
Da alcuni giorni sento poco, pochissimo. La testa è piena di liquido in putrefazione che preme contro i miei timpani. Ciclicamente fuoriesce riempiendo altri contenitori costringendomi ai continui lavaggi, abluzioni. Impuro senza un mujazin che mi possa invitare al rito di purificazione per l'orazione, posso solo guardare le immagini o le parole. Rileggo Cesarano e bevo molta acqua perchè mio-tutore-che-è-un-bravo-medico mi dice che devo reidratare quel che resta del mio corpo. Esiste un vero e proprio protocollo di rediratazione che va seguito alla lettera per evitare i crampi, la debolezza, l'alterazione dello stato mentale, le convulsioni e in fine il coma. Immagini alla televisione riportano disordini sulle vie e le piazze delle capitali del globo. Taksim e la città di Istanbul che ho appena lasciato. Questioni di alberi, apparentemente. Cesarano ha lasciato la vocazione e la pratica della poesia impegnandosi dapprima nelle piazze e nelle occupazioni coatte – come leggo nel racconto-testimonianza I giorni del dissenso, pubblicato da Mondadori nel 1968. 

Tossisco di nuovo, sputo cose liquose e torbide, masticandole prima per cercare di capirne la consistenza perché il pensiero della loro visione mi disturba a tal punto che le espello ad occhi chiusi, nel water. Fanno plof, ma non sento il loro rumore. Prendo del bentelan 1. Mio-tutore-che-è-un-bravo-medico dopo avermi visitato disse:" ...la tua propensione all'automedicazione è sconcertante. Ciononostante devo riconoscere che hai intrapreso una cura quasi idonea. Rimane il fatto però che sei un "dottore in niente"!". Un pò come il Debord, pensai, il padre del movimento che avrebbe anticipato il Sessantotto, autore del Panegirico (uscito da pochissimo in Italia in versione completa dei due tomi). Già i situazionisti, e la loro "denuncia" di quel regno liquido e cromatico dello spettacolo, della sovrastruttura (ritornando al linguaggio marxista) dove l'immagine e l'immaginazione, il "look" e il video sostituiscono la sostanza dei rapporti non solamente di produzione ma anche di quelli sociali. Controllo mio profilo su instagram, ne sono diventano un addicted. Intanto Otalgan scivola lumacosamente verso i miei timpani bellissimi. Già, aveva aggiunto mio-tutore-che-è-un-bravo-medico al termine della visita: "l'otite, però hai dei bei timpani, complimenti!". 
Sono le 8.05, mi alzerò ora per cercare un bar aperto e del caffè da portar via. Ho paura uscire fuori. Se non dovessi sentire i clacson delle macchine?! Se finissi sotto un tram di via XX Settembre? Mia madre non me lo perdonerebbe mai, morto sotto un tram dopo che aveva sborsato migliaia di marchi tedeschi per farmi uscire vivo da Sarajevo. Porterò con me Sebastian, mio coniglio di gommapiuma, è meglio. Potrebbe fare da cuscinetto tra me e l'automobile in caso di un urto violento. Ma è necessario che io esca ora, tra poco via Garibaldi e piazza Castello si riempiranno di gente. La gente.

"Questa gente!", con amarezza improvvisa, sbotta la Ruth della poesia di Cesarano, e lui decide di non voltarsi a guardare da dove proviene il baccano: "non posso, non devo: è Passato / Questa gente / deve passare, passerà". (Ecco che questa riflessione, degna dell'Ade, è compensata da quest'altra frase: "non
è la stessa / delle idee, dei discorsi, / la gente, / ex-sottouomini o i
loro figli, per tanto avendo parlato noi / a loro nome?").