domenica 7 ottobre 2012

Lawrence Of Belgravia


"The day I don't have to go on the tube any more will be the day I fucking celebrate" Lawrence Hayward

Quando li ho sentiti per la prima volta stavo fumando la mia prima siga, davanti allo specchio e stavo "to strike an attitude" come diceva la mia amica Sweety.


Ho scoperto, una volta in occidente, che non era poi così facile trovare i loro dischi (i miei erano "andati in fumo"). Swetty diceva sempre che ricordavano "il sound" dei EKV, un gruppo jugoslavo che lei amava molto e spesso seguiva tipo groupie su e giù lungo i balkani mentre io cercavo di fare i suoi compiti coprendo le sue lunghe fuge dalla scuola inventando malattie e seppellendo la sua famiglia fino al 4 grado di parentela.



Credo che allora io abbia acquisito una certa nozione sui malesseri piuttosto insoliti. La mia fissazione per le malatie sessualmente trasmissibili le ha dato una certa notorietà tra i compagni, ma non mi ha mai ringraziato per questo. A parte uno schiaffo il giorno dopo un lungo tour dei EKV nel cortile della scuola:" Sapevo che eri un disturbato mentale, ma cazzo, l'AIDS?!" L'ha poi giustificato mentre piangevamo la scomparsa di Freddy Mercury bevendo il Pimm's e mangiando i tramezzini con il cetriolo perchè secodno la mia tata "He spoke for us all, and made the whole country proud to be British too" Quelle poche volte che riuscivo ad evadere i controlli della nostra matriarca la raggiungevo e allora... bhe allora era la musica.


 

(il brano dei Denim usato nel trailer di "Lawrence of Belgravia")

sabato 6 ottobre 2012

Il desiderio e il chicco della magia

Quando la mattina apri la finestra

Scalzo scendi lungo le scale e ti fermi per lavare via la notte dal viso. 

Attraversi il portone,





















per andare ad ascoltarli cantare.


 Perché i loro canti accarezzano i loro chicchi d'uva.




Chicchi giocherelloni




















che dovranno riposare. Anni.



Il desiderio dicono sia il seme della magia. Io desideravo fortemente togliere le mie scarpe rotte per sentire le travi di legno della stanza dove tu mi avevi condotto quella notte.
Il vento non era ancora forte, e come poteva? Era solamente l’inizio. La mia valigia era chiusa ed io indossavo ancora le mie scarpe rotte.
Avevo sete.
Il mio pomo d’adamo faceva il solito tragitto al insù ma quasi faticando, come quel piccolo ascensore di ferro battuto, nel quale spingendo il tasto 3 di bachelite nera, mettevi in moto una miriade di leve e di cavi, producendo rumori di breve durata. Così unici e facilmente riconoscibili. Come questi: La tua voce, finalmente.
“Non puoi avere sete nella mia città!”
Un viso conosciuto, sorridente. Mi abbraccia e mi chiede: “Come stai?”
Intorno a noi gli occhi. Paia di occhi azzurri, castani, a mandorla.
Brucio la prima sigaretta davanti ad una portata ducale.
I tuoi occhi, non trovavo i tuoi occhi. Ah si, eccoli. Piccoli e docilmente racchiusi dalle ciglia lunghe, lunghissime.
Il bicchiere.
La sete.
Finalmente, via le scarpe!
Tu ridi. Che bel sorriso!
Di nuovo un falso silenzio regna dentro di me. Fuori c’era il vento.
Come vorrei che tu fossi ad aspettarmi da qualche parte di questa città. Lontanto da questa tavola ed io che devo raggiungerti e magari in fretta.
“Grazie signori, se doveste trovare la mia scarpa…”
Corro.
Devo indovinare come sarai vestito. Sarai seduto o appoggiato sul muro? Avrai una sigaretta accesa o proprio nel momento in cui mi comparirai, ti vedrò con lo sguardo abbassato e mani raccolte intorno al mento intento ad accenderla? Il vento.
“Leone, ben tornato!”
“Ah, perdonate, mi ero fermato per un’attimo, per fumare una sigaretta.”
“Bevi con noi!”
“Certo, grazie! Ma fate attenzione, qui rubano le scarpe!”
Ridi di nuovo con la mia scarpa tra le mani.
Per la strada poco dopo sfreghi la tua spalla contro la mia. C’è aria di tempesta.
Occhi infiammati. Come se volessero lacrimare.
Siamo di nuovo nel giardino dei Leoni. Solo tu ed io.
Ho bisogno della mia medicina. Mi baci. Mi addormento.
Per un’attimo, solo per un’attimo.

Prossima fermata Torino Porta Susa, Next stop Torino Porta Susa




photos by Leone

venerdì 5 ottobre 2012

Roma Bene



Ieri, oggi, domani speriamo di no.


(Roma Bene, un film di Carlo Lizzani, 1971)




... grazie alla belva newyorkese per avercelo consigliato!

Dormienti

 
Nessuno riuscirebbe a sopportare il cielo di Milton per un lungo periodo, pensavo mentre mi trascinavo ebro verso il giacilio che Montalcino ha deciso di concedermi questa notte. Ma poi "mi fermo e osservo e mi chino e mi arresto." (Whitman)

La Fortezza di Montalcino, Ottobre 2012, ph by Leone ebro

 
Perchè poi nell' edizione italiana l' indovinello "Why is a raven like a writing desk?", è stato tradotto come “Perchè i tramonti son pupazzi da legare?"

 Il telefono vibra, cadono le borse, i fogli, le bottiglie. Tutti per terra. Perdo il centro per un istante, anche per un istante solo e come l'Angelo caduto, in cima al monte Nifate,  proprio lì, alle sorgenti del Tigri, contemplo la visione che quest' attimo regala. Potessi essere Milton! Ah se solo potessi essere Milton! Mi rivolgerei al sole infocato mentre sta perdendo il centro, in quest'ora della notte - perchè è notte ora- in quel momento in cui il carro lo trascina via:

O Sol, che cinto
Sei d'una gloria ch'ogni gloria oscura,
Tu che guardi quaggiù dal tuo sublime
Solingo trono, come fossi dio
Di quest' orbe novello, e gli atri tutti
Si coprono d'un velo al tuo passaggio (Milton da Il Paradiso Perduto)

Mi raccogli e mi deponi, con la stessa gentilezza con la quale Saladino celebrò la sua vittoria sui crociati: l ’Acqua di rose per purificare la sua Gerusalemme! Così mi piacerebbe essere vinto. Sopraffatto da qualcosa di nuovo.
Perché non posso perdere l’inibizione che mi impedisce di parlare "l’Outremer" con te? La lingua dei crociati dell’Europa cristiana, quell' insieme di francese, catalano,ebraico, italiano e qualche parola araba. Sarebbe un meraviglioso miscuglio il nostro. A qualcosa del genere ho pensato per noi due, cosa ne dici?
Ma tu non parli. Mi raccogli, e nuovamente mi deponi ed  io allora devo giocare da solo, perché sono come tutti i dormienti quando adagiati, nudi, fluttuano dal nord al sud, dall'est all'ovest, ebri, quando giacciono nudi.








giovedì 4 ottobre 2012

Mellon Collie and The Infinite Sadness

Sébastien Stoskopff, Grande Vanité



E così il doppio album degli Smashing Pumpkins, quel segno indelebile lasciato negli ormai lontani e ruggenti anni novanta, il leggendario Mellon Collie And The Infinite Sadness sta per fare il suo ritorno nei negozi, per la prima volta in versione rimasterizzata. Io ci sarò ma non per necessità né tanto meno per collezionismo. Ci sarò per malinconia. Anzi per "melancolia" che, se per gli antichi era la "bile nera", nella mia personale "antichtà"- invece- è stato un mito, la cui nascita avvenne su un' automobile.
Ricordo, me la spiegava mio padre da bambina, quando accompagnandomi in aeroporto o in stazione per la partenza di qualche gita, mi vedeva guardare fuori dal finestrino, silenziosa, con lo sguardo perso, lontano e sempre mi chiedeva: "Cos'hai, non sei felice di partire? Se non vuoi andare, allora resta!"
Queste sue parole erano per me impossibili da contenere; qualcosa irrimediabilmente mi saliva da dentro, un'onda che finiva per trasformarsi in nodo alla gola ed infine in lacrime che versavo, senza capirne la ragione più profonda. Mi limitavo così a tirare fuori una sorta di risposta frustrante:"Ma no, sono felice di partire! Non so perché piango..."
Quello fu  il momento in cui lui -guardando dritto verso l'orizzonte che faceva da sfondo alla strada- sospirò e creò il mito: "Eh.... la Malinconia... Ecco cos'hai! Hai preso da me. Io nella vita ne ho sempre sofferto."
Cos'era?Una malattia? E quanto sarebbe durata? Era grave? Contagiosa? Virale? Si poteva curare?  E perché era toccata proprio a me? Che cosa avevo ereditato?
Non fu mai realmente in grado di darmi una definizione precisa del termine perché ogni volta che ne parlava in quei tragitti, veniva colto anche lui dal morbo. Ma a differenza mia, sembrava spassarsela! Gli uscivano fuori una quantità di ricordi sparsi, della sua infanzia, di quando era stato in collegio in Brasile e la sera guardava malinconico fuori dalla finestra, era dopo la guerra, era in un mondo nuovo per lui.
Facevo fatica a seguirlo ma quello che riusciva a trasmettermi alla fine, era uno stato di innamoramento. Mentre parlava, qualcosa nel suo timbro di voce si faceva entusiasmante e lo sguardo proiettava  ombre tutt'intorno, creando un'atmosfera quasi luminosa, fatta di storie e posti lontani, remoti eppure così vivi, da assumere forme nella mia mente. Naturalmente le lacrime sparivano e scendendo dalla macchina, sentivo di portare via con me, qualcosa d'importante. 
Non era più soltanto la mia inspiegabile tristezza ormai svanita ma anche la sua malinconia- quella di mio padre- l'amore per qualcosa che non conoscevo, che non avevo mai visto ma che dentro, mi mancava. Interpretai così questa nuova sensazione come la definizione di "Malinconia". Per quanto il concetto restasse in me ancora vago, me ne andavo via certa di essermi ammalata di una malattia straordinaria. Soprattutto speravo che durasse almeno un pò, che non mi abbandonasse subito e quando poi spariva, aspettavo che i suoi sintomi tornassero a farmi visita.  La malinconia è un viaggio senza fine e chi ne è vittima non vuole essere svegliato. Nella mia ancestrale definizione di questo inafferrabile termine era custodito un dono prezioso che non ho mai smesso di usare, un segreto tra me e lui che svelava già le prime, istintive istruzioni per l'uso, di una segreta macchina del tempo. 



mercoledì 3 ottobre 2012

oggi va cosi....


Willem Dafoe, Marina Abramović, and Carice van Houten star in this quiet, violent clip.

Like a little girl blue at the door



little girl blue at the door in via cavour at 14h35, Torino


Sit there and count your fingers,
what can you do,
Old girl, you're through.
Just sit there and count your little fingers,
unhappy little girl blue.
Sit there and count the raindrops falling on you