domenica 11 novembre 2012

Vestizione mattutina di Adem-aga


Di un ordine chiaro e di confini sicuri. Di un mondo in cui io sono soltanto io, e non posso essere qualcun altro. Di un mondo in cui di giorno splende il sole e di notte la luna, in cui il giorno e la notte si danno il cambio con certezza e senza errori, in cui le case stanno per terra e la gente nelle case…
…<<Hai bisogno di cose strane, caro mio>>, rise Rabia, <<Vuoi che tiri le tende e apra la finestra?>>…
…Si dice che gli uomini più diventano vecchi più hanno bisogno dell’infanzia, ma lui è troppo giovane per ritornare all’infanzia, soprattutto per inventare una sorta di infanzia felice di cui non c’è traccia…Per questo il fuoco va bene. La fiamma attenua i colori delle immagini che si affollano e sceglie le forme dei ricordi inventati, così che queste immagini tentatrici si dissolvano in una leggera tristezza annacquata, che agli uomini finisce per risultare piacevole. E’ assalito dalle tentazioni, come la voglia di piangere, ma anche questo desiderio scompare abbastanza in fretta, e poi lo rimpiange perché è piacevole e buono, per quanto possa apparire puerile in un uomo adulto.
…Bisogna capire che lui era stanco e debole, che gli uomini peccano, e che a lui sarebbe piaciuto così tanto essere di nuovo bambino, libero dai ricordi e senza nulla nell’anima se non il piacevole calore che trasmette una mano appoggiata sul capo.” Dzevad Karahasan, Il divano orientale, Il Saggiatore, Milano 1997


Disteso con gli occhi socchiusi, Adem-aga cercava di indovinare quanto tempo fosse passato da “allora”.
Era piegato mentre premeva con la penna sulla carta rallegrata dal vento che soffiava dal fiume. Avvertiva un leggero dolore della pelle tesa sulle anche.
Si era spogliato dalla notte quella mattina davanti allo specchio della sua camera con la vista sul Reno e aveva incominciato a guardarsi. Ecco, c’erano delle piccole crepe sulla pelle che ricopriva le ossa sporgenti del femore. Si estendevano su tutto il fianco, verso su, fino ad arrivare alle ascelle. Gli facevano male. Continuano a fargli male.
È sotto il getto d’acqua. Che sensazione brutta. Sente bruciare la pelle. Si sta spaccando. Grida.

"Cosa ti sta succedendo Adem-aga?" si sentiva oltre la porta della stanza da bagno.
"Nulla, metta della musica Aisha, ho bisogno della musica e di un suo racconto, entri, la prego"

Gli odori dei saponi, le essenze degli oli profumanti che coprivano ogni giorno i suoi odori corporei li sentiva solo ora come abominevoli ed estranei. Vomita.
I pezzettini del cibo non gradito non riuscivano a trapassare la griglia dello scarico, allora lui si inginocchiò e cominciò a premere con le sue curatissime e sempre impomatate mani quei corpi molli contro la retina.

Di nuovo il dolore. Le ginocchia gli stavano bruciando aggredite dai succhi gastrici offerti alla ceramica bianca sulla quale giaceva aggrovigliato.
Era più fresco li giù. I vapori erano in alto. Intorno a lui soltanto gli odori del cloro e di qualche acido gastrico. Nonostante ciò, l’acqua continuava ad essere limpida e trasparente.
È immerso in uno specchio. Le gocce continuano a cadergli sulla schiena simili alle perle di una collana rotta. Tutte le sue ossa sembrano spuntare come le mani di quegli assetati nei campi di racolta dove... Adem-aga cercava di indovinare quanto tempo fosse passato da “allora”.

Aisha da secoli segue la famiglia dei Adem-aga. Seduta sulla dormusa della stanza da bagno con un libro aperto iniziò il suo racconto:

Spiaggia ai piedi della montagna del Purgatorio, Dante, Virgilio e Catone... Quando arrivammo a Nord dell'isola, là dove la rugiada combatte con il sole per non estinguersi, trovandosi in parte all'ombra ed evaporando quindi lentamente, entrambe le mani aperte pose.
Gli porsi le mie guance rigate dalle lacrime. Delicatamente sull'erba tenera il mio maestro: allora io, essendomi reso conto delle sue intenzioni, mi ripulì il viso con la rugiada, rendendo visibile quel colore che la sporcizia dell'inferno aveva offuscato. Raggiungemmo infine una spiaggia deserta, che non vide mai navigare, sulle acque che la bagnavano, uomini che furono poi in grado di tornare indietro. Qui mi cinse con un giunco, come Dio volle: che cosa meravigliosa! Non appena scelse e colse l'umile pianta, ne rinacque. (
Canto 1, Purgatorio, una maldestra parafrasi di Aisha)

Giovane Adem-aga, avvolto da un candido telo di  fattura orientale ai piedi di Aisha con la criniera ancora bagnata e con i vapori adagiati sugli specchi  della stanza da bagno, addormentato. 

video by Leone, musiche Reitzell/Beggs "Intro Versailles" & Ane Brun "To let Myself Go"

sabato 10 novembre 2012

Zootropio di Artissima12

photo by giuggi - Ariel nella Sfera di Cristallo, La Tempesta


"Ci sono i soldi dell'arte e quelli della vita quotidiana. È importante non confonderli. Un mercante deve essere a suo agio quando commercia con i ricchi, senza perdere il rispetto e la stima di se stesso. Bisogna sapere che si lavora con loro ma non si è uno di loro. Per alcuni miei colleghi, all'improvviso, diventa impossibile accettare di non essere nati con la camicia. E questo è in tutto e per tutto un problema di integrità". Larry Gagosian

zootropio collezione damien hirst, pinacoteca agnelli torino
video by giovannino

giovedì 8 novembre 2012

The Morning Conference Call and the Labyrinth



During this morning business conference call with a client

Mr. J:  Good morning Leo, I am so sorry for my delay with this response, just yesterday I have returned from Japanese trip.

Leo: Don't mention it. Hope your trip was successful.  

Mr. J: It was , indeed. During my flight back home last night, I dreamed a curious dream.

Leo: I rarely remember my dreams. What did you dream about? 

Mr. J: It was all about you I am going to tell it to you, hope you do not mind.

Leo: No, not at all mr. J. Please continue.

Mr. J: Last night I dreamt I was normal (Mr. J  have an ongoing and very visible medical problem) yet people still pointed and laughed. I get rude remarks and such on a daily basis yet in the dream I had no medical issue and no scars yet I was being laughed at even more than normal. Weird. Then I saw you. Dressed like a Lady. 

Leo: I beg your pardon Mr. J? 

Mr. J: Yes, it was like talking to a 19th centuries English old lady, dressed in black. You were polite and gentle. You’ve gave me a kiss and disappeared into a Labyrinth. You told me to hurry and come to you and so I did but you disappeared again. Then the music started.

Leo: The music Mr J? What kind of music?

Mr.J: I do not remember Leo, but it was a wonderful music. Thank you Leon, you’ve made my dream pleasant at the end. So, what about your proposal, could we discuss the budget now? It is little bit high.

Leo: Certainly Mr J, but please remember, it’s still the economic one, compared to the actions I must undertake. As you mentioned in your dream, you figure out what the labyrinth the media world is and I shall help you how to get out of it.

Mr. J: Leo, you are a bastard! But a charming one!

Leo: I know Mr J, now if you don’t mind… 



From the 207, under a snowstorm


Mercer&Prince (Photo by Zebra)



Sette finestre su una bufera di neve. La 207 è tutt'altro che una stanza qualunque. Sotto le coperte si ha come l'impressione di fluttuare nella tempesta , senza subire però nessuna aggressione da parte dei venti gelidi e dei fiocchi che pesanti cadono, senza sosta, da oggi pomeriggio. Non dormo ormai da quasi 40 ore, mentre la fortuna mi ha appena fatta inciampare sul canale giusto, al momento giusto. 






Vade retro AA!








Hostess depresse quasi sull'orlo di una crisi di pianto oppure hostess dai capelli a pandoro sciolti con tendenza alla calvizia che cadono su vassoi di cene vomitevoli e colazioni tirate in faccia ai passeggeri, sedili reclinabili di un millimetro, puzze di ogni tipo, luci rotte che se mai ti viene voglia di leggere un libro durante 10 ore di volo, non puoi e ancora nessun video, nessuna dimostrazione sulla sicurezza dell'aeromobile, le uscite di sicurezza devi cercatele da solo, il comandante è muto, sempre e comunque, anche se l'aereo balla per nove ore di fila. L'auricolare devi portartelo da casa insieme ad una tuta termica che ti protegga dai i venti mortali dell'aria condizionata. L'American Airlines è semplicemente la compagnia più schifosa del mondo. Tanto valeva allora viaggiare con questo!






La casa sul fiume di Henry Mancini

La casa sul fiume (quella di destra)

Quel giorno in quella casa sul fiume capitò una cosa davvero unica. 
I primi giorni d’autunno proprio come accade in questi giorni, erano ancora caldi e le finestre del palazzo quasi tutte spalancate e rivolte verso il fiume. Al primo piano, sul davanzale trovai seduta la mia vicina Alma. Gamba penzolante, sguardo trasognato e il mento alto, girato verso le montagne. Dalla sua finestra usciva la Moon River, Breakfast at Tiffany's. Entrai nell’androne del palazzo e correndo come sempre, feci in fretta lunghissimo e sempre indifferente scalone fino al secondo piano e proprio mentre cercavo di staccare il mazzo delle chiavi dalla cinutura delle mie braghe (lo stile secondino era piuttosto in voga tra i teenager dell’urbe) si apri la porta del nostro dirimpettaio, prof Kohen. Usci fuori solo il loro gatto giallo, la porta rimase spalancata e …  e sentii in gola la corrente d’aria imbevuta di Scandalo al sole! 



Entrai in casa. La nostra era stranamente buia. Dalla stanza di mia madre arrivava dell'altra musica. Come quel felino giallo dei Kohen sgattaiolai dentro, e mi accovaccia accanto a lei, sul braciolo della poltrona di pelle verde. Stava guardando un film. 



“Ma è bellissima! Però anche questa parla d’amore” non mi rispose. Piangeva. 
A noi piaceva così tanto passare le domeniche pomeriggio a guardare i film nella sua stanza e…piangere.
“Per favore, mi dici, questa canzone, di chi è?”
“Henry Mancini, quello che ha scritto le musiche di Moon River, di Days of Wine, di Scandalo al sole …”
 Quel giorno il Cosmo e tutti gli abbitanti della casa sul fiume si erano messi d’accordo per farmi ascoltare la musica di Mancini. A me è capitato. 
Che mondo matto che era il nostro. 

lunedì 5 novembre 2012

Prima pagina. Diario di viaggio.


Sunday Sunset, Ipanema (Photo by Zebra)




Sono passati ormai dieci giorni da quando ho messo piede per la prima volta in Brasile. Neanche un attimo di queste 240 ore è andato sprecato. La vita che ho assaporato qui è impressa in me in maniera indelebile. I luoghi visitati, le persone conosciute, le strade, la musica, il colore verde degli alberi,  il rumore dell'oceano che di continuo infrange le sue onde sulla riva, hanno superato di gran lunga ogni mia aspettativa. Ho raccolto un'infinità di immagini, frasi, filmati che non vedo l'ora di condividere perché mai, nell'arco di questi giorni, ho smesso di pensare a queste pagine. 
A volte credo sia giusto vivere senza raccontare. L'intensità di ciò che ho conosciuto merita di poggiarsi sul mio cuore prima di volare via. Qui ho scoperto di avere una famiglia, ancora più estesa, ancora più esuberante di quella che possedevo già. Ho scoperto dei lati di me così nuovi da rivoluzionare ogni singolo aspetto della mia persona. Ho trovato risposte, cercato nuove soluzioni e più di ogni altra cosa ho osservato tutto ciò che si offriva al mio sguardo, senza risparmiare niente. 
Questo è un viaggio nato molto tempo fa, sotto forma di Desiderio. E' un viaggio di famiglia, qualcosa di personale e di fondamentale allo stesso tempo. Racchiude la storia di tre generazioni e vive nel presente con la soddisfazione di aver trovato un pezzo di puzzle mancante. Nessuna storia è mai veramente completa se non si ha l'occasione di avvicinarsi e il coraggio di ascoltare, di essere presenti. Sono felice di essere qui soprattutto per questo. 
Rio de Janeiro è strepitosa. La adoro! E New York ha ufficialmente una nuova rivale. Stesso colpo di fulmine: l'ho amata dal primo istante, senza provare ombra di dubbio. Più che arrivare è  stato come tornare in un luogo che già conoscevo. Eppure è la prima volta che mi scontro con i suoi sette milioni di abitanti dall'anima carioca, con questi infiniti chilometri di spiagge e con le montagne più verdi e affascinanti che una metropoli possa vantare. Da Ipanema a Lagoa, da Santa Teresa al Jardim Botanico, da Leblon a la Barra, da Bottafogo al Pao de Acucar, da Copacabana a Flamengo, da Lapa fino alle Favelas, oltre il Corcovado, oltre il Cristo Redentor, Rio de Janeiro è un abbraccio che ti stringe e non ti lascia più.